HOTEL MIRAMARE

giovedì 18 aprile 2019 | 21:00
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Teatro Pietro Aretino – Arezzo

HOTEL MIRAMARE

testo e regia di Riccardo Rombi
assistente alla regia e traduzione
Ulpia Marcela Popa
con Aleksandrina I. Costea, Elena Popa, Rosario Campisi, Francesco Franzosi
direttore di scena Lidia Baciu
luci Siani Bruchi, Martino Lega, Bako Zsigmond, Barbuj Zoltán

una coproduzione Catalyst – TAM Teatrul

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Tre turisti armati di coupon e gadget da viaggio al seguito di una guida con tailleur e foularino rosso al collo per un tour culturale bizzarro e inconsueto. In un futuro immaginario non meglio precisato … ma tuttavia neanche troppo lontano, i partecipanti a una gita organizzata vengono portati a visitare un edificio ormai desueto e dimenticato. «Lo chiamavano “teatro”, laggiù seduto stava il “pubblico” rigorosamente al buio e qui sul palco gli “attori” recitavano gli spettacoli di Moliere, Shakespeare, Goldoni … ».
La guida illustra con aria annoiata mentre i turisti ascoltano, gli sguardi persi alla ricerca di un segno, un significato, delle tracce di sé, sondano oltre l’orizzonte della platea. C’è chi rimane basito, chi prende appunti, chi fa domande, poi la guida bruscamente termina la sua breve escursione e invita i clienti a tornare al bus per rientrare in albergo.
Ecco che gli animi si accendono e si riscaldano. Dov’è lo spettacolo? Il programma parlava di visita al teatro più spettacolo. Dunque perché adesso lo spettacolo non c’è?
“Non ci sono gli attori!” Questa la disarmante e sbrigativa risposta della guida alzando le spalle. Niente attori, niente spettacolo! E’ tutta una finzione, anche l’Hotel si chiama Miramare ma non affaccia sul mare … è un nome di pura fantasia, come spiega l’asterisco in fondo alla brochure.
La calma piatta e regolare della loro vita ha una increspatura … qualcosa di inevitabile e irrefrenabile sta per accadere. L’atmosfera di quel luogo, carico di storia ancestrale, ha risvegliato i personaggi dal letargo arrugginito nel vorticoso meccanismo del vivi, consuma e muori. I visitatori decidono di recitare loro stessi lo spettacolo e, così facendo, accade loro una magia. “A cosa serve il teatro?” Avevano chiesto. “A vedere il mondo con altri occhi” Era stata la laconica risposta. Ai protagonisti di questa storia, onirica e surreale, accade proprio questo; il mondo appare loro sotto altri occhi e tornare a camminare a testa bassa nello squallore delle loro esistenze, di punto in bianco, risulta improponibile.
Hotel Miramare scaturisce dall’esigenza di indagare, tramite un linguaggio il più possibile universale, i paradossi che attraversano rapidamente la nostra società, sempre più stravolta da crisi e cambiamenti culturali e sociali così profondi e radicali da farci perdere il contatto con la realtà e, sopratutto, con la bellezza e il senso della vita. Attraverso una drammaturgia raffinata e intelligente, rigorosamente bilingue e senza sottotitoli (tranne che nel finale), grazie a un linguaggio essenziale, lo spettacolo consente di essere compreso perfettamente da tutti. I dialoghi fluiscono in un gioco linguistico brillante e tanto profondo da farci sfiorare e percepire il “buio che c’è là fuori”, senza perdere di vista il sorriso e il potere catartico dell’ironia. Hotel Miramare rappresenta una nuova sfida, provocatoria e stimolante in direzione di una ricerca di nuove modalità di fare un teatro davvero libero, anche dai propri stessi confini, rivolgendosi a un interlocutore universale e a un pubblico transgenerazionale per condurlo, in sintesi, a riflettere sul ruolo del Teatro nella nostra vita.

La regia contemporanea significa, soprattutto, riscrivere il ruolo del pubblico come elemento attivo del sistema scenico. Questa presenza modifica continuamente i codici teatrali e crea le condizioni per continui esperimenti artistici. L’Hotel Miramare è costituito da una spaccatura tra il Teatro, nella sua veste di narratore straniero e distratto, e la povertà esistenziale della società contemporanea. Il protagonista dello spettacolo è il teatro, come architetto sperimentale, elemento ancora in grado di alterare l’esistenza di quell’animale sempre più fragile chiamato uomo“.
Riccardo Rombi